Feb 272013
 

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SCHEDA DI ALLEVAMENTO DI ACTIAS SELENE (SATURNIIDAE)

Actias selene è una bella falena della famiglia dei Saturnidi distribuita in Asia. Il suo areale è piuttosto vasto nel continente asiatico spingendosi dai confini con la Russia sino al sud-est asiatico, con varie sottospecie: la sottospecie nominale A. selene selene (India settentrionale, Nepal, Buthan, Bangladesh, Thailandia, Cina meridionale); A. (Filippine); A. selene eberti (Pakistan e Afghanistan); A. selene malaisei (Birmania); A. selene seitzi Kalis (Java); A. selene taprobanis (Sri Lanka); A. selene vandenberghi (Sumatra e Borneo).  Un’altra sottospecie citata in passato per la Cina orientale, Actias selene nigpoana,  Taiwan e Vietnam nord-orientale, è adesso elevata al rango di specie (Actias nigpoana).    I maschi di Actias selene sono un po’ più piccoli delle femmine (11-13 cm di apertura alare contro i 13-17 cm di queste ultime), hanno le ali superiori più falcate e appuntite, le code più dritte e percorse da una sfumatura violacea e le antenne più ampiamente bipettinate, oltre a un addome più snello. Le femmine hanno un addome più voluminoso e le loro code alari sono più fragili e tendenzialmente ritorte su se stesse nell’ultimo tratto.

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A sinistra: Femmina (in alto) e maschio (in basso) di Actias selene. In questo caso la differenza di dimensioni tra i due sessi è particolarmente accentuata dal fatto che la femmina proviene da un ceppo Thailandese di individui particolarmente grandi. A destra: bruco di Actias selene all’ultimo stadio.

I graziosi bruchi si allevano facilmente e diventano molto grandi (9-10 cm); una temperatura di circa 20°C è sufficiente sia per il loro allevamento che per la schiusa delle uova. A questa temperatura esse schiudono circa 10-14 giorni dopo la deposizione; se fa caldo possono schiudere in meno di 10 giorni, se la temperatura va sotto i 20°C le uova possono attendere fino a 16-20 giorni. E’ meglio però non tenere le uova sotto i 18°C.

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Capsule Petri. A sinistra, col coperchio sollevato e capovolto, è possibile intravedere una patina di acqua finemente nebulizzata sul coperchio per incrementare l’umidità interna. In genere comunque, con le uova di Actias selene, fornire umidità extra non è necessario. A destra, una capsula Petri usata per l’allevamento delle larve appena nate.

Le uova possono essere conservate in capsule Petri o altri piccoli contenitori di materiale plastico trasparente, lontano dai raggi diretti del sole. Contenitori di questo tipo possono essere utilizzati anche per allevare i bruchi appena nati e quelli fino al secondo stadio, curando che il numero di bruchi per scatola non sia eccessivo (ci si potrà regolare vedendo quanti escrementi si accumulano sul fondo, ma per esempio per una capsula Petri da 90 mm si possono considerare 15-20 bruchi al 1° stadio). In genere le uova di questa specie non richiedono umidità elevata, ma se si sospetta che l’aria nell’ambiente sia eccessivamente secca, si può nebulizzare una volta al giorno il coperchio del contenitore delle uova, senza che l’acqua vada a diretto contatto con esse.  I bruchi alla nascita misurano 7 mm e per le prime ore non hanno bisogno di cibo, anche perché la parte di corion (guscio) dell’uovo rosicchiata per uscirne fuori ha rappresentato una prima fonte di nutrimento. Durante questo primo stadio, dunque sino a che non compiono la prima muta, hanno un colore rossiccio fuorché il tratto del corpo tra il 4° e il 7° segmento che invece è di colore scuro.
A questo stadio può essere limitata l’aerazione all’interno (a patto che sia garantita l’igiene togliendo giornalmente gli escrementi e ponendo uno strato di carta assorbente sul fondo); in questo modo le foglie possono mantenersi fresche per più tempo: è sufficiente qualche forellino sul coperchio (non è necessario se si utilizzano Capsule Petri) oppure una piccola apertura su di esso coperta con della garza fine. Se lo spazio nel contenitore lo consente, si potranno inserire dei rametti con foglie tenere con la base recisa avvolta in un pezzetto di cotone inumidito tenuto saldo da un po’ di carta stagnola.

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Bruchi di Actias selene al 1° stadio (a sinistra) e al 2° stadio (a destra).

Dopo una settimana circa (qualche giorno in più o in meno a seconda se la temperatura è più bassa o più alta di quella media di 20-25° consigliata) i bruchi, che nel frattempo avranno raddoppiato le loro dimensioni, smetteranno di mangiare e si soffermeranno su una foglia o su una parete del contenitore per prepararsi alla loro prima muta. Sotto di loro avranno tessuto una strisciolina di seta su cui ancorarsi saldamente con le pseudo zampe in modo che al momento della muta possano tirarsi fuori dalla vecchia cuticola che resta attaccata al substrato tramite le vecchie pseudozampe. E’ importante non staccare i bruchi pronti alla muta dal substrato a cui si sono attaccati. Se dovesse accadere, è meglio metterli su un foglietto di carta assorbente sulla cui superficie ruvida i bruchi possano fare presa per tirarsi fuori dalla vecchia cuticola. Per spostare i bruchi durante le operazioni di pulizia, può essere usato un piccolo pennello su cui farli arrampicare oppure, più prudentemente, ritagliare la porzione di foglia attorno a ciascuno di essi e posarla sulle nuove.
Con la prima muta, i bruchi dunque passano al 2° stadio. Adesso la colorazione di fondo rossiccia riveste tutto il corpo senza più quell’interruzione di segmenti nerastri, e la testa è sempre nera come nello stadio precedente.
Dal 3° stadio in poi, quando, con la seconda muta, il colore di fondo dei bruchi passa dal rosso al verde e il capo da nero diventa marrone, possono essere utilizzate gabbie in rete oppure scatole di plastica più grandi, con almeno un lato (per esempio il coperchio) sostituito da rete per far circolare abbastanza aria.

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A sinistra: una scatola di plastica utilizzata per i bruchi al 1° stadio; la disposizione verticale favorisce la caduta degli escrementi sul fondo rivestito da carta assorbente. A destra: bruchi al 2° stadio allevati in un vaso di vetro con l’imboccatura chiusa da rete fine.

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A sinistra: bruco al 2° stadio a confronto con un bruco passato da poco al 3° stadio: il colore di fondo rossiccio dei primi due stadi ha ceduto il posto al verde chiaro. A destra: bruco al 4° stadio.

Per quanto riguarda le piante nutrici, se ci si ritrova ad allevare i bruchi in inverno la scelta si restringe alle piante sempreverdi: in particolare, il Rododendro (genere Rhododendron), di cui esistono molte specie, è usato con successo da molti allevatori Europei, tuttavia ho sentito di diversi allevatori italiani che non sono riusciti a far accettare questa pianta, per cui va fatta attenzione alla specie di Rododendro in questione (vedi più in basso a proposito di come rendere più appetibili le foglie). Ho una testimonianza di un allevamento andato bene una specie alpina di Rododendro, Rhododendron hirsutum, e più testimonianze positive con Rhododendron catawbiense.
Nel 2010 ho scoperto che può essere allevata su Eucalipto (Eucalyptus sp.), anche se non viene citato come pianta nutrice in letteratura, e praticamente adesso allevo questa specie tutto l’anno su varie specie di Eucalipto.
Va precisato che i bruchi di prima e seconda età però sembrano preferire nettamente le foglie giovani e tenere di alcune piante nutrici che d’inverno spesso hanno le foglie ormai vecchie del periodo vegetativo precedente: in tal caso si possono rendere più appetibili le foglie più coriacee tagliandole in strisce e sostituendole con nuove foglie tagliate almeno una volta al giorno (essendo l’appassimento molto più rapido in queste condizioni).  U un allevatore straniero che ha seguito questo consiglio ha risolto un iniziale rifiuto di foglie di Rododendro da parte dei bruchi al 1° stadio.
Altre piante nutrici citate in letteratura per l’Actias selene e che sono provviste di foglie in inverno, sono il Ligustro (Ligustrum spp.), l’albero della Canfora (Cinnamomum camphora), il Falso Pepe (Schinus molle e Schinus terebinthifolius), l’Hibiscus sempreverde (su cui personalmente non ho avuto successo), la Photinia (pianta da siepe molto diffusa nei giardini d’Italia) e il Lauroceraso (Prunus laurocerasus). In quest’ultimo caso bisogna fare attenzione al fatto che le foglie di Lauroceraso, quando sono tagliate/danneggiate, producono acido cianidrico sottoforma di vapori tossici pericolosi per i bruchi in un piccolo ambiente con poco ricircolo di aria come può essere appunto il contenitore di allevamento ai primi stadi: dunque se si usa come pianta nutrice il Lauroceraso è importante allevare i bruchi sin dall’inizio in contenitori dove ci sia un buon ricambio d’aria, anche se ciò comporterà, per i primi stadi dei bruchi (quando si offrono singole foglie staccate dalla pianta) un rinnovo delle foglie più frequente, dato che appassiranno più rapidamente.
In primavera-estate la gamma di possibili piante nutrici si fa più ampia: può essere allevato molto bene sul noce (Junglans nigra, junglans regia), che però d’estate tende ad appassire rapidamente; una delle più indicate piante ospiti è il Liquidambar, mentre altri allevatori riportano successo anche su alcune specie di Hibiscus, Albicocco, Ciliegio, Melo, Pero, Quercia, Salice, Castagno, Ontano, Mango (Mangifera indica).

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A sinistra: allevamento dei bruchi agli ultimi stadi in una gabbia capiente, dove lunghi rami freschi di Eucalipto sono tenuti immersi per le estremità recise in un barattolo di acqua, con l’imboccatura chiusa da cotone per impedire ai bruchi di andare in acqua. I rami vanno sostituiti entro 2-4 giorni a seconda del periodo (più frequentemente d’estate). A destra: due bruchi all’ultimo stadio; quello a destra ha assunto una colorazione di fondo leggermente più cupa, segno che è “maturo” per andare in ninfosi e dunque pronto a costruire un bozzolo in cui trasformarsi in crisalide.

Con le successive due mute (3a e 4a), il colore dei bruchi resta fondamentalmente lo stesso. A una temperatura di 20°C lo sviluppo dei bruchi, dalla nascita alla costruzione del bozzolo, impiega circa 5 settimane. A temperature più alte lo sviluppo è più rapido e può impiegare 3-4 settimane. Nel giorno o nelle ore che precedono l’inizio della costruzione del bozzolo, si può intravedere nel colore di fondo dei bruchi un leggero viraggio del colore di fondo verso a una tonalità verde un po’ più cupa: i bruchi giunti così a sviluppo completo si disinteressano del cibo e svuotano il proprio intestino degli ultimi residui della digestione producendo feci molli e voluminose; bisogna fare attenzione in questa fase a togliere le foglie e i rami imbrattati da questi grossi escrementi, se nel frattempo altri bruchi stanno mangiando nelle vicinanze.

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Due bruchi di Actias selene: quello a sinistra è all’ultimo stadio, quello a destra è al 1° stadio.

Prima di costruire il bozzolo, il bruco inizia a sondare i rami e le pareti della gabbia di allevamento finché non sceglie dove iniziare a tessere i primi fili di seta: di solito tesse tra le foglie. La costruzione del bozzolo dura qualche ora; i fili di seta tessuti dal bruco, inizialmente aventi l’aspetto di una bava, a contatto con l’aria solidificano. Come per altre specie di Actias, sono bozzoli meno solidi rispetto ad altre specie di Saturnidi.

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Bruco al 5° (e ultimo) stadio e bozzolo di Actias selene

I bozzoli possono essere conservati sui rametti dove sono stati tessuti, oppure spostati sul fondo della gabbia, l’importante è che si trovino in vicinanza di superfici verticali ruvide dove gli adulti appena sfarfallati possano arrampicarsi (es. pareti in legno o rete). Finché le temperature sono dai 20°C in su, la ninfosi dura circa 3 settimane e non c’è diapausa invernale (vedi il mio articolo sulla diapausa al mio sito a questa pagina). In allevamento questa specie può essere indotta a svernare come crisalide sia tramite la diminuzione delle ore di luce giornaliere durante l’allevamento dei bruchi agli ultimi stadi, sia tenendo le crisalidi, qualche giorno dopo la costruzione del bozzolo (per dare il tempo ai bruchi all’interno di trasformarsi in crisalide), a temperature moderatamente basse (5°-12°C). Il momento dello sfarfallamento, come accade per altre Actias e per altri Saturnidi dotati di code alari, è piuttosto lento rispetto ad altre specie di Saturnidi, per il tempo extra richiesto per distendere le code.

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 A sinistra: Actias selene in accoppiamento, la femmina è l’individuo a destra; qui sopra: particolare del capo di un maschio di Actias selene che mostra le sue antenne ampiamente bi pettinate.


L’accoppiamento
di questa specie non presenta in genere difficoltà: come gli altri Saturnidi e alcune altre famiglie di falene, le femmine vergini iniziano a estroflettere, nelle ore in cui sono attive (in questa specie, come in moltissimi Saturnidi, di sera) una piccola ghiandola all’estremità dell’addome che produce i feromoni, sostanze molto volatili specifiche per ogni specie, che vengono riconosciuti dai maschi per mezzo dei sensilli nelle antenne, a cui essi fanno affidamento piuttosto che ai propri occhi. Una volta raggiunta la femmina, il maschio la aggancia con delle brevi appendici prensili poste intorno all’organo copulatore che così è messo in stretto contatto con l’estremità addominale della femmina.
Per favorire l’accoppiamento è consigliabile usare una gabbia di media grandezza, di almeno 40 cm di larghezza per 60 di altezza, in un luogo tranquillo lontano da luci forti nelle vicinanze (come molte falene anche l’Actias selene ne viene attratta) e a una temperatura notturna sopra i 15°C; la gabbia deve avere possibilmente pareti in tulle molto morbido (o in mancanza, di rete zanzariera) anche su tetto e possibilmente anche il fondo dovrebbe avere un tessuto morbido, dato che i maschi di Actias selene hanno un volo piuttosto nervoso e si spezzano molto facilmente i margini delle ali anteriori e le code alari di quelle inferiori. Sempre per questa irrequietezza degli adulti è preferibile, ai fini della riuscita dell’accoppiamento, ospitare nella gabbia una singola coppia, perché i maschi tendono a reagire bruscamente sbattendo le ali se disturbati e altri maschi che svolazzano possono disturbare quello/i già in copula.
L’accoppiamento avviene in genere nelle ore serali, dopo le 20.30 (o anche prima in quando inverno il sole tramonta prima) e spesso prima di mezzanotte; può durare anche solo poche ore per cui è possibile non accorgersi dell’avvenuta copula: spesso, se la copula è avvenuta la notte precedente, si osservano i due individui a riposo molto ravvicinati anche se non uniti, e la femmina ha iniziato a deporre le uova già nel corso della notte e la sera successiva; le femmine vergini solitamente in mancanza di maschi attendono almeno un paio di notti prima di iniziare a deporre le prime uova sterili. Una femmina secondo le proprie dimensioni depone da 100 a oltre 300 uova.
Trattandosi di specie con apparato boccale atrofizzato (come in genere gli altri Saturnidi), l’Actias selene non si nutre allo stadio di farfalla ed esaurisce le proprie energie vitali nell’arco di circa una settimana; qualora si volesse prolungare la vita di un individuo (per esempio in attesa che ne sfarfalli uno del sesso opposto), lo si può conservare a bassa temperatura (5°-10°C) in una scatola di plastica chiusa con il fondo leggermente inumidito (non potendo assumere liquidi queste farfalle tendono a disidratarsi): in conseguenza della bassa temperatura ridurranno al minimo la loro attività e di conseguenza non voleranno.

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Actias selene maschio

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Actias selene femmina

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Actias selene maschio, vista ventrale

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Actias selene femmina, vista ventrale

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